Il teatro latino è una delle massime
espressioni della cultura della Roma antica.
Fortemente
caratterizzato nella direzione dell'intrattenimento, era
spesso incluso nei giochi, accanto ai combattimenti dei
gladiatori.
La provenienza di molti testi è di origine greca, in forma
di traduzioni letterali o rielaborazioni (vertere). Era anche
d'uso la contaminatio, un testo principale in cui venivano
inserite scene di altre opere, adattandole al contesto. Non di
rado i testi erano censurati, impedendo riferimenti diretti
alla vita civile o politica. Il teatro era rivolto alla
popolazione intera, e l’ingresso era gratuito.
Storia e generi
Le origini
Nel mondo greco-italico si assiste alla fioritura di
spettacoli teatrali fin dal VI secolo a.C. nei quali prevale
l’aspetto buffonesco. In Magna Grecia e Sicilia dalla fine del
V al III secolo a.C. si diffonde la farsa fliacica, commedia
popolare, in gran parte improvvisata in cui gli attori-mimi
erano provvisti di costumi e maschere caricaturali. Fissata in
forma letteraria da Rintone di Siracusa, tutto quello che ne è
rimasto sono le raffigurazioni su vasi, ritrovate nei pressi
di Taranto.
Fin dall'epoca di Romolo si celebravano giochi in onore del
dio Conso (Consualia) e corse di cavalli (Equirria), celebrati
due volte all'anno nel Campo Marzio. Tarquinio Prisco
riorganizzò quelli che sarebbero stati i ludi romani o magni,
facendoli diventare la festa più importante della città, che
cadeva attorno alla metà di settembre.
Nel 364 a.C.,
durante i ludi romani fu introdotta per la prima volta nel
programma della festa una forma di teatro, costituita da una
successione di scenette farsesche, contrasti, parodie, canti e
danze, chiamati fescennini e che in seguito prese il nome di
satura.
Tito Livio in Hist., VII, 2 racconta come in
quell'anno i Romani, non riuscendo a debellare una pestilenza,
decisero di inserire, per placare l'ira divina, anche ludi
scenici, per i quali fecero venire appositamente dei ludiones
(cioè artisti e danzatori), dall'Etruria.
Il periodo delle origini del teatro e della letteratura
latina comprende convenzionalmente il periodo storico dalla
nascita di Roma al 241 a.C., termine della prima guerra punica
in cui Roma assume il dominio della penisola. L’anno
successivo Livio Andronico, liberto di stirpe greca, fa
rappresentare la prima vera opera teatrale della latinità.
Fescennina licentia
Secondo il grammatico Festo, il termine fescennini avrebbe
due diverse interpretazioni: secondo la prima, deriverebbe
dalla città di Fescennium, al confine fra Etruria e Lazio,
dove si svolgevano feste agresti per il raccolto. Per la
seconda, invece, il nome avrebbe origine da fascinum,
"malocchio", in riferimento alle maledizioni che venivano
lanciate sui carri (che trasportavano l'uva) degli altri
produttori agricoli durante la vendemmia.
Per altri ancora, il termine avrebbe un senso fallico,
essendo un sinonimo di veretrum.
I fescennini sono opere protoletterarie, tipicamente
popolari, e sono la più antica forma di arte drammatica presso
i Romani. Durante i fescennini si intonavano canti di
carattere licenzioso, erano frequenti i travestimenti e danze
buffonesche, e solitamente due contadini si fronteggiavano
lanciandosi battute feroci. Il genere, di derivazione etrusca,
non ebbe mai una vera e propria evoluzione teatrale, ma
contribuì alla nascita di una drammaturgia latina. Orazio ne
parla:
Il carattere licenzioso e gli attacchi a personalità di
spicco dell'epoca incorsero nello sfavore delle autorità, che
misero dei limiti a queste rappresentazioni. Nel 364, quando
questi racconti vennero rappresentati nei ludi da attori
etruschi, erano già diffusi in gran parte d'Italia.
Si potevano distinguere due tipi di Fescennini: quelli
inscenati (vere e proprie rappresentazioni) e quelli liberi
(matrimoni, trionfi e feste contadine). In età imperiale
rimasero solo i Fescennini liberi.
Atellanae
L'Atellana è una farsa popolaresca di origine osca,
proveniente dalla città campana di Atella e importata a Roma
nel 391 a.C.: prevedeva maschere ed era caratterizzata
dall’improvvisazione degli attori su un canovaccio; quattro
erano i personaggi fissi dell'atellana: Maccus, Pappus, Bucco
e Dossennus.
Mimo
Il mimo consisteva nell'imitazione teatrale della vita
quotidiana e dei suoi aspetti più grotteschi accompagnata da
musica. Di esso ci rimangono pochi frammenti
IIl verismo del mimo si avverte nelle sue convenzioni
sceniche, che lo oppongono alla commedia: attori senza
maschera, presenza di attrici sul palco e assenza di calzature
per permettere la danza.
La crescente voga di questi spettacoli nell'età di Cesare
si ricollega al diffondersi di un gusto veristico che rese le
tradizionali rappresentazioni di Tito Maccio Plauto ed Ennio
obsolete e arcaizzanti. In un periodo di "letterarizzazione"
della letteratura romana, il mimo e le atellane sono le prime
forme d'arte di ascendenza italica ad essere poste per
iscritto: non è casuale che generi considerati "inferiori"
guadagnassero terreno quando i generi "alti" ne
persero.
Autori di mimi furono Decimo Laberio e Publilio
Siro.
Satura
Satura quidem tota nostra est (Institutio oratoria,
X,1,93), diceva con orgoglio Quintiliano nel I secolo d.C.;
rispetto ad altri generi importati, la satira (letteralmente
'miscuglio') è totalmente romana.
L’aggettivo latino satur
("pieno, sazio"), condivide con l’avverbio satis
("abbastanza") la radice implicante il concetto di varietà,
abbondanza, mescolanza.
Questo genere pre-letterario racchiude lo spirito farsesco
dei fescennini e le rappresentazioni di musica e danza
etrusche. La satura era rappresentata da histriones (attori) e
consisteva in una rappresentazione teatrale mista di danze,
musica e recitazione. Il termine satura si applicava in
origine a celebrazioni e offerte alla dea Cerere accompagnate
da canti e scene giocose.
Ennio la eleva in seguito a genere letterario;
successivamente coltivò il genere anche Pacuvio. Con Lucilio
la satura cambia destinazione, assumendo la caratteristica di
critica della società o dei potenti dell'epoca, aprendo la
strada a Varrone Reatino e Orazio, che svilupperanno il genere
'satirico' in una forma indipendente ed esclusivamente
letteraria.
Commedia
La commedia romana ha grande somiglianza con la 'commedia
nuova' greca, con alcune innovazioni: l’eliminazione del coro
(ripristinato in epoche successive nelle diverse trascrizioni)
e l’introduzione dell’elemento musicale. La commedia 'greca'
era chiamata "fabula palliata" (così chiamata dal pallium,
mantello di foggia ellenica indossato dagli attori), mentre la
commedia ambientata nell'attualità romana era detta detta
"fabula togata" (dalla "toga", mantello romano) oppure
"tabernaria". I più importanti commediografi romani furono
Plauto e Terenzio.
Tragedia
Il genere della tragedia fu anch'esso ripreso dai modelli
greci. Era detta "fabula cothurnata" (da "cothurni", le
calzature con alte zeppe degli attori greci) oppure "palliata"
(da pallium, come per la commedia) se di ambientazione greca.
Quando la tragedia trattava dei temi della Roma dell'epoca,
con allusioni alle vicende politiche correnti, era detta
"praetexta" (dalla "toga praetexta", orlata di porpora, in uso
per i magistrati).
Ennio, Marco Pacuvio e Lucio Accio
furono autori di tragedie, non pervenuteci. L'unica praetexta
("Octavia") giunta fino ai nostri giorni è un'opera falsamente
attribuita a Lucio Anneo Seneca, composta poco dopo la morte
dell'imperatore Nerone.
Tecniche e modi delle rappresentazioni
Attori e compagnie
Una compagnia di attori, in latino di drammi "regolari", in
latino grex, era formata da schiavi o liberti, mentre le
"Atellanae" erano recitate da uomini liberi; a loro volta gli
attori si dividevano in due categorie principali: gli
histriones e i mimi.
Gli attori non godevano di buona reputazione. Cicerone
difese nella sua orazione Pro Q. Roscio Comoedo l'attore più
famoso dell'antica Roma, nel tentativo di riabilitare tale
professione.
Livio Andronico fu anche attore nei suoi drammi. Di Tito
Maccio Plauto non lo sappiamo con certezza, ma sembra sia
stato in gioventù attore di atellane.
Sono definite infine catervae le compagnie teatrali dirette
da un capocomico (dominus gregis), un conductor (una sorta di
direttore di scena) e il choragus, un attrezzista tuttofare
che preparava i costumi e gli altri elementi necessari alla
messinscena.
Costumi
Per le rappresentazioni di ambientazione greca gli
histriones vestivano abiti ateniesi (il pallio, i cothurni o i
socci, calzature più adatte alle commedie). Per quelle di
ambientazione romana, gli attori indossavano la toga classica
romana, praetexta (orlata di porpora) per le tragedie. I
costumi di alcuni personaggi erano sempre uguali e
riconoscibili dal pubblico: il soldato portava la spada e la
clamide, il messaggero il tabarro e il cappello, il villano la
pelliccia, il parassita il mantello, il popolano il
farsetto.
I ruoli femminili (con l'eccezione del mimo) erano
sostenuti da attori maschi.
Anche nel mimo latino l'abbigliamento era tipico e
riconoscibile: il mimus albus, progenitore del moderno mimo
bianco, aveva vestiti candidi, il mimus centuculus (quasi un
Arlecchino) aveva costumi di vari colori.
Maschere
Le maschere romane erano di legno o di tela, simili a
quelle in uso nell'antica Grecia. I tratti somatici dei
personaggi erano caratterizzati fortemente, facilitando
l'interpretazione di personaggi diversi da parte dello stesso
attore. Inoltre, la conformazione era tale che esse fungevano
da megafono, ampliando la voce dell'attore nei grandi teatri
dell'antichità. (Dall'espressione "ut per-sonaret",
deriverebbe il termine "persona" con cui si designavano).
L'uso della maschera, d'obbligo nella tragedia, non era
altrettanto consueto nella commedia, in cui fu introdotta solo
nel 130 a.C. dal capocomico Minucio Protimo, e in seguito dal
famoso attore Quinto Roscio.
Nel teatro dei mimi, la maschera non era necessaria, e
anche dagli altri generi progressivamente scomparve.
Teatro e musica
La musica come elemento integrante dello spettacolo
teatrale è una delle novità più consistenti del teatro romano.
Ad un flautista (tibicen) era affidato il compito di
accompagnare i dialoghi (diverbia) e i canti veri e
propri (cantic). L'accompagnamento musicale, nelle
parti recitate in senari giambici, veniva eseguito con la
tibia, uno strumento musicale a fiato in osso, ad
ancia semplice o doppia. La lunghezza e la modalità di
esecuzione producevano un suono più grave o più acuto, adatto
alle parti rispettivamente più serie o di contro più allegre
di una rappresentazione.
L'introduzione musicale produsse
la convenzione per la quale il pubblico, prima dell'entrata
del personaggio, poteva già intuire lo svolgersi degli
avvenimenti. Spesso il musico restava in scena per tutto il
tempo della rappresentazione, muovendosi insieme ai
personaggi. Della musica latina non ci è rimasto nessun
documento che possa essere utile a ricostruirne i brani.
Prologo e coro
Il prologo fu invenzione di Euripide. Un attore esponeva
l'antefatto, la storia e la sua conclusione. In Plauto il
prologo ha per lo più la funzione di esporre una
interpretazione degli eventi, mentre in Terenzio diventa il
modo di esporre, spesso polemicamente, le ragioni
dell'autore.
Il coro tragico conservò la forma originaria del modello
greco. Nella commedia il coro venne abolito e sostituito da
parti cantate degli stessi attori, con l'eccezione di
Terenzio, che preferì di gran lunga il testo parlato.
Il cantante, che avanzava sul proscenio, in qualche caso
usufruiva di un vero e proprio doppiaggio, ad opera di un
cantore nascosto al pubblico. È noto il caso di Livio
Andronico che ricorse a questo stratagemma in seguito ad una
mancanza di voce, dopo diversi 'bis' reclamati dal
pubblico.
L'edificio scenico
I Romani cominciarono a costruire edifici teatrali in
muratura) soltanto dopo il 30 a.C.. Nel periodo precedente i
luoghi degli eventi teatrali erano costruzioni di legno
provvisorie spesso erette all'interno del circo o di fronte ai
templi di Apollo e della Magna Mater.
Il teatro romano dell' età imperiale, invece, è un edificio
costruito in piano e non su un declivio come quello greco, e
ha una forma chiusa, che rendeva possibile la copertura con un
velarium, ed è l'esempio di teatro che più si avvicina
all'edificio teatrale moderno.
La cavea, la platea semicircolare costituita da gradinate,
fronteggiava il palcoscenico (pulpitum), che per la prima
volta assume una profondità cospicua, rendendo possibile
l'utilizzo di un sipario e una netta separazione dalla
platea.
Scenografia
Vitruvio testimonia come all'inizio le scenografie del
teatro romano non fossero molto elaborate, e che gli attori,
proprio come nell'antica grecia, affidassero alla loro arte il
compito dell'evocazione dei luoghi e delle circostanze. In
seguito negli anfiteatri si cominciò a costruire vere e
proprie macchine teatrali, adibite agli effetti speciali.
Elementi scenografici sempre presenti erano:
- il proscenium, la porzione di palcoscenico in
legno più vicina al pubblico, raffigurante in genere un via
o una piazza, corrispondente all'attuale proscenio.
- la scenae frons, un fondale dipinto.
- i periaktoi, di derivazione greca, prismi
triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena
tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul
terzo.
- l’ auleum, un telo simile al nostro attuale
sipario (sconosciuto ai greci) che permetteva veloci cambi
di scena o veniva calato alla fine dello spettacolo. In
alcuni teatri invece di cadere dall'alto veniva sollevato.
Pubblico
Gli spettatori a cui il teatro romano si rivolgeva era il
complesso della plebe dell'Urbe. Alle rappresentazioni e ai
giochi potevano accedere tutti. La rappresentazione si
svolgeva in una cornice di esibizioni varie, dai giocolieri
alle danzatrici, con cui il teatro doveva competere per
vivacità e colpi di scena.
Occasioni di rappresentazione
A Roma le rappresentazioni teatrali si svolgevano durante i
giochi e le feste, in occasione di cerimonie religiose,
trionfi militari, funerali di personalità pubbliche.
L'istituzione di pubblici spettacoli organizzati dallo Stato
romano ebbe grande importanza. Il carattere statale e
ufficiale dell'organizzazione fece sì che i committenti delle
opere teatrali fossero le autorità.
A differenza del teatro
greco, la connotazione civile o rituale lascia il posto al
carattere di intrattenimento. Per il pubblico romano la
partecipazione è motivata dal divertimento più che dalla
tensione religiosa o politica. Ciò nonostante, i "Ludi",
periodi in cui avvenivano gli spettacoli, erano dedicati alle
principali divinità, e da esse prendevano il nome. Accanto
agli eventi teatrali convivevano le corse dei carri, i
combattimenti dei gladiatori, venationes e naumachie,
celebrazioni, spettacoli di acrobazia e
danze.
L'organizzazione degli spettacoli teatrali era
specifico compito degli "aediles" o in qualche caso del
"praetor urbanus", i quali spesso li producevano con denaro
proprio, facendone elemento di propaganda politica. Questo
condizionava i contenuti stessi delle opere, esercitando un
limite alla libera espressione degli autori, che in qualche
caso incorrevano nella censura.
- i ludi Romani si celebravano in settembre, in
onore di Giove Ottimo Massimo, nel Circo Massimo; alla loro
organizzazione erano preposti gli edili curuli;
- i ludi plebei, istituiti nel 220 a.C., che
avevano luogo in novembre nel Circo Flaminio, pure in onore
di Giove; a partire dal 200 a.C., vi furono introdotte le
rappresentazioni drammatiche, inaugurate con lo
Stichus di Plauto; alla loro organizzazione erano
preposti gli edili plebei;
- i ludi Apollinares, istituiti nel 212 a.C.; si
svolgevano in luglio, presso il tempio di Apollo (per
commemorarne un oracolo); alla loro organizzazione era
preposto il pretore urbano;
- i ludi Megalenses, in onore della Magna
Mater; istituiti nel 204 a.C. (aprile), furono
arricchiti di ludi scaenici a partire dal 194 a.C.;
alla loro organizzazione erano preposti gli edili curuli;
- i ludi Florales, in onore di Flora: in essi
predominavano gli spettacoli di mimi (dal 28 aprile al 3
maggio)