Il primo luogo scenico del teatro medievale è la chiesa.
Durante le funzioni religiose, si cominciò a mettere in scena
i passi del vangelo commentate dal sacerdote. Queste
rappresentazioni assunsero in seguito una propria autonomia,
spostandosi infine in luoghi esterni agli edifici
religiosi.
Dall' antifona al dramma religioso
Nel IX secolo si iniziarono a musicare alcuni passi del
vangelo, i Tropi, affidandone l'esecuzione a due cori che si
scambiavano battute in un dialogo cantato. Questa è l'
antifona, un canto liturgico che, esattamente come il
ditirambo di memoria greca, genererà una nuova forma di
teatro, quello liturgico, che avrà origine laddove i tropi,
dapprima cantati, divennero rappresentati dagli stessi
celebranti. Ben presto questi ultimi, coadiuvati da alcuni
ragazzi del coro, daranno corpo alla narrazione biblica su
appositi palchetti di legno, vestiti di costumi appropriati,
con lo scopo di donare anche ai fedeli analfabeti la
conoscenza degli episodi cruciali delle sacre scritture. E fu
proprio l'affluenza dei fedeli a spingere gli "attori" a
spostarsi sul sagrato, dinnanzi ai fedeli riuniti i quali
assistevano ormai alla messinscena di veri e propri '"cicli"'
come quello della nascita di Cristo, ovviamente composto da
più episodi. A fare da sfondo ad ognuno degli episodi del
"ciclo" c'era un'apposita struttura lignea (mansio) cosicché,
concluso un episodio, gli attori passavano in un'altra mansio
ed iniziavano a recitarne uno nuovo. Le mansiones, dette dagli
storici "luoghi deputati", rappresentavano luoghi diversi
dell'azione ed erano compresenti, per cui si è parlato di
"scena multipla simultanea".
Una delle prime testimonianze del teatro medievale sacro è
del 970, quando il Vescovo di Winchester descrive una sacra
rappresentazione vista probabilmente a Limoges in
Francia.
La mattina di Pasqua un monaco, che interpreta la
parte dell'Angelo, va a sedersi presso il Sepolcro. Qui viene
raggiunto da tre monaci che impersonano le tre Marie e si
aggirano come cercando qualcosa.
Il monaco che simula
l'angelo canta: "Quem quaeritis?" (Chi cercate?). L'azione
prosegue con l'annuncio della Resurrezione e termina con il
canto corale del Te Deum.
Questa primitiva rappresentazione del testo evangelico
s'inserisce all'interno della principale celebrazione
cristiana: la messa di Pasqua.
Questo bisogno di
rappresentare, per i fedeli che non seguivano il latino,
divenne anche un imperativo morale per la Chiesa.
Queste
prime prove fatte all'interno delle chiese ben presto ebbero
bisogno di spazio vitale, ovvero uno spazio scenico più capace
poiché le più importanti sacre rappresentazioni erano
costituite da scenografie multiple, dove apparivano
contemporaneamente le varie scene della vita di Cristo.
La
testimonianza iconografica più importante, in questo senso è
la raffigurazione della cosiddetta Passione di Valenciennes
dove convivono la casa della Madonna per l'Annunciazione, il
Tempio della Presentazione, il Palazzo di Erode, il Paradiso e
l'Inferno etc. in una lunga sequela di costruzioni effimere
chiamate edicole per la loro forma tondeggiante aperte in
direzione della sguardo dello spettatore.
Queste edicole,
chiamate mansiones si trovavano su un grosso palcoscenico,
forse l'una accanto all'altra o in altre raffigurazioni come
quella del Martirio di Sant'Apollonia, dipinta da Jean
Fouquet, la rappresentazione è al centro della scena mentre le
"mansiones" occupate sia dagli attori che dagli spettatori la
circondano in una specie di antenato del Teatro
Elisabettiano.
Inizialmente gli attori, in genere abitanti
delle città in cui la rappresentazione si svolgeva, recitavano
la loro parte immobili davanti al pubblico che si assiepava di
fronte ai vari "quadri viventi", ed era il pubblico che si
muoveva da una scena all'altra un una specie di Via
Crucis
In seguito la rappresentazione prese vita e
conquistò il centro della scena.
In Francia, ma non
soltanto, si cercò di recuperare lo spazio rappresentativo
degli antichi teatri romani e ciò aprì la stagione anche del
teatro profano medievale che ripropose ai cittadini le antiche
commedie dei vari Plauto e Terenzio che, in seguito tradotti
in lingua volgare dagli Umanisti furono gli spettacoli
antesignani del teatro rinascimentale.
La lauda drammatica
La lauda drammatica, che racchiudeva in sé già tutte le
caratteristiche di uno spettacolo teatrale con attori, costumi
e musiche, trae le sue origini dalla ballata profana e, come
la ballata, è composta da "stanze" per lo più affidate ad un
solista o ad un gruppo da intendersi anche come coro. Il
precursore della forma dialogica che porterà alla nascita
della lauda drammatica fu senza dubbio Jacopone da Todi
(1230-1306). La sua lauda più celebre fu la "Donna de
paradiso" (o "Pianto di Maria"), scritta in versi settenari e
in cui, oltre alla Madonna, compaiono numerosi personaggi
come: Gesù, il popolo, il nunzio fedele (facilmente
identificabile in san Giovanni apostolo).
La lauda drammatica nacque e si sviluppò in un momento
molto delicato per la chiesa, si parla infatti di un periodo
in cui protagonista ideologico era il sogno di un rinnovamento
inteso come ristrutturazione di un'istituzione ecclesiastica
basata sulla spiritualità e sulla povertà.
Vi fu un forte
richiamo della pietas popolare intesa proprio come espressione
religiosa di un popolo che amava sentirsi vicino a Cristo
proprio participando sia attivamente che passivamente alle
rappresentazioni esplicanti particolari momenti della sua
vita.
A rappresentare le laude nacquero quindi le cosiddette
"fraternite" (poi "confraternite") composte spesso da
chierici, ma anche da laici.
Dalle fraternite si
svilupparono poi successivamente i laudesi, i battuti, i
disciplinati ecc..
Dal sacro al profano
La chiesa, intesa come spazio architettonico, diventò ben
presto uno ambiente troppo stretto per lo svolgimento delle
rappresentazioni sacre, sia dal punto di vista volumetrico sia
dal punto di vista riguardante la libertà espressiva.
Si
iniziarono presto (cioè fin dalla fine del 1300) a costruire
dei "palcoscenici" nei sagrati all'esterno delle chiese e la
conseguenza fu proprio la nascita di la rappresentazioni
teatrali con tematiche profane (dal greco pro fanòs che
significa proprio prima/fuori dal tempio).
Tutti in piazza
Nel 1264, in occasione dell'istituzione della festa del
Corpus Domini, il sagrato si dimostrò inadatto ad ospitare
eventi tanto solenni e magnificenti, la rappresentazione si
sposta in piazza. Qui l'interpretazione venne affidata ad
attori conosciuti per la loro bravura e non più da chierici e
le mansiones (da mansio = piccola casa) si arricchiscono di
botole, trabocchetti, gru e fumo per simulare resurrezioni,
cadute nell'inferno, voli di angeli ed antri infernali. Dopo
il 1300, però, le confraternite avocarono a sé l'onere di
organizzare gli spettacoli, coadiuvati dalle corporazioni, che
si preoccupavano della costruzione e dell'arredamento delle
scene. Dopo la piazza, il teatro si sposta nella città stessa
attraverso le vie (soprattutto nel '600). di queste
rappresentazioni, oggi ne è rimasto qualche aspetto. Nella
festa del carnevale ancora oggi questi carri si spostano nelle
vie della città e mettono in scena uno spettacolo.
Il giullare
Il giullare, figura emblematica del teatro medievale, è a
tutti gli effetti un attore professionista, si guadagna cioè
da vivere divertendo il popolo nelle piazze od allietando i
banchetti, le nozze, i festini e le veglie. Prima che
prevalesse il termine generico "Giullare" (da datino
Joculator), tali attori venivano chiamati con appellativi
specifici che designavano ogni "performer" secondo il suo
campo d'azione. C'erano i saltatores (saltimbanchi), i
balatrones (ballerini) i bufones (comici) e persino i divini
(gli indovini) ed ancora trampolisti, vomitatori di amene
scurrilità, acrobati. Alcuni di loro agivano sulla pubblica
piazza, alcuni nelle corti dei grandi signori; cantavano ai
pellegrini le vite degli eroi e dei santi, oppure si potevano
trovare nelle taverne ad incitare l'"audience" a migliorare le
sue prestazioni potatorie. La chiesa li condannava perché rei
di possedere le capacità di trasformare il loro corpo e la
loro espessione, andando così contro natura e quindi contro la
volontà di Dio creatore (soprattutto dopo la formazione
dell'associazione di giullari fatta a Parigi nel 1332 al quale
presero parte anche le giullaresse); perché girovaghi e
conoscitori del mondo e per questo ragionevolmente irridenti
nei confronti delle regole monastiche. Le cose però cambiarono
quando gli spettacoli dei mimi e dei giullari vennero messi
per iscritto e la Chiesa iniziò a conservarli e
contemporaneamente tramutò le feste pagane, legate ai
giullari, in feste proprie dette paraliturgiche.